GEO vs SEO: nell’epoca delle risposte AI ha ancora senso investire in SEO?

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Nell'ultimo anno è diventato comune sentire: “Con le AI la SEO è morta”. È una frase ad effetto, ma non aiuta a prendere decisioni di budget. La realtà è più semplice e più concreta: Google sta cambiando il modo in cui mostra le risposte, ma la ricerca “classica” non è sparita. E soprattutto: quando entrano in gioco le risposte generate, le fonti non vengono scelte a caso.

Partiamo da un fatto: gli AI Overviews (il riquadro con risposta AI dentro la pagina dei risultati) non compaiono su ogni ricerca. Le stime pubbliche oscillano perché dipendono da Paese, settore e set di keyword monitorate. Semrush Sensor, per esempio, parla di circa il 15% delle SERP con AI Overviews (dato di dicembre 2025). Altri osservatori misurano quote più alte in certi perimetri: seoClarity indica il 30% sulle keyword desktop USA (settembre 2025), BrightEdge arriva al 44,4% su nove industrie, ma segnala anche settori dove la presenza resta molto più bassa, come eCommerce (18,5%) e alcune aree come finance e ristorazione sotto il 20% nel loro campione. Traduzione operativa: una parte importante delle ricerche continua a presentare una SERP tradizionale, e in molti contesti “commerciali” quella SERP pesa ancora parecchio.

A questo punto arriva la domanda vera: quando c’è l’AI, allora la SEO diventa irrilevante? Qui è utile guardare lo studio Semrush “AI Mode Comparison Study”, che non misura i click ma confronta una cosa molto precisa: quanto le fonti citate dalle esperienze AI di Google coincidono con i risultati organici tradizionali (Top 10).

La risposta è: dipende da quale esperienza AI stiamo parlando.

Nel caso degli AI Overviews dentro la SERP classica, Semrush trova una sovrapposizione alta con l’organico: circa l’86% a livello di sito (dominio) e circa il 67% a livello di pagina (URL). In pratica, quando compare un AI Overview, spesso attinge a siti e contenuti che Google già considera tra i migliori risultati.

Nel caso di AI Mode (la modalità più “conversazionale”), il comportamento è più autonomo. Nel formato più frequente, l’utente vede la risposta e una sidebar laterale con le fonti: quello scenario, nel campione Semrush, compare nel 92% delle query analizzate. In quel contesto la sovrapposizione con la Top 10 scende a 51% per i siti e 32% per le pagine. Però c’è un dettaglio importante: l’allineamento è più forte sui “siti” che sulle “pagine”, segno che l’affidabilità del dominio continua a contare anche quando la singola pagina citata non è quella che si posiziona meglio.

C’è poi un altro scenario, più raro ma interessante: in AI Mode, in circa il 7% dei casi, Semrush osserva link mostrati sotto la risposta (non solo nella sidebar). Qui la sovrapposizione con la Top 10 torna molto alta: 89% per i siti e 80% per le pagine. È un comportamento molto più simile alla “Google di ieri”.

Messa insieme, questa fotografia porta a una conclusione poco glamour ma utile: la SEO non è finita, ha cambiato funzione. Prima era soprattutto una leva di traffico (“sono tra i primi risultati, prendo click”). Oggi è sempre più anche una leva di credibilità (“sono tra le fonti che Google considera affidabili e che quindi vengono richiamate”). E questa credibilità si costruisce sul sito nel suo insieme, non solo su una pagina ottimizzata per una keyword.

Ed è qui che entra la GEO, in modo naturale. La GEO non è la “nuova SEO” che rimpiazza tutto: è la parte di lavoro che rende i contenuti più facili da selezionare e usare per un motore generativo. Non significa scrivere “per le macchine”. Significa pubblicare contenuti che rispondono meglio: più chiari, più completi, più verificabili, con esempi, confronti, definizioni, domande frequenti, dati e aggiornamenti visibili. Perché in un mondo in cui molte risposte arrivano già sintetizzate, il tuo obiettivo non è solo farti trovare: è diventare una fonte che merita di essere citata.

Quindi, ha senso fare SEO anche nell’epoca della GEO?

Sì, e per due motivi molto pratici. Primo: perché una parte importante delle ricerche è ancora “classica”, con o senza AI Overviews a seconda del settore. Secondo: perché anche quando c’è una risposta AI, i dati Semrush mostrano che Google continua a privilegiare siti autorevoli; la differenza è che, in alcune esperienze (come AI Mode), non basta più “la singola pagina forte”, conta di più la reputazione complessiva del dominio.

Fonte principale: Semrush, “AI Mode Comparison Study” (più dati Semrush Sensor sugli AI Overviews). Per la frequenza degli AI Overviews: misurazioni pubbliche di BrightEdge e seoClarity.