ChatGPT supera Googlebot: cosa cambia per la visibilità online dei brand


Per anni Googlebot è stato il principale punto di riferimento per chi si occupa di presenza digitale. Oggi questo equilibrio sta cambiando rapidamente. Secondo una recente analisi di Alli AI, basata su 24 milioni di richieste web, i crawler legati all’AI stanno generando volumi superiori a quelli dei crawler tradizionali, e ChatGPT-User da solo ha registrato più richieste di Googlebot.
Nel dataset analizzato, ChatGPT-User ha totalizzato 133.361 richieste, contro le 37.426 di Googlebot. Più in generale, i crawler AI hanno prodotto 213.477 richieste, contro 59.353 dei crawler dei motori di ricerca tradizionali: un rapporto di circa 3,6 a 1.
Il dato è significativo perché conferma un cambio di paradigma già visibile nel comportamento degli utenti: sempre più persone cercano risposte direttamente nelle interfacce conversazionali, e gli assistenti AI recuperano contenuti dal web in tempo reale per costruire le proprie risposte. In questo scenario, non basta più essere indicizzati: bisogna essere accessibili, leggibili e selezionabili anche dai sistemi generativi.
C’è poi un aspetto tecnico spesso sottovalutato. OpenAI utilizza crawler con funzioni diverse: ChatGPT-User per il recupero in tempo reale delle pagine utili alle risposte e GPTBot per la raccolta di contenuti destinati al training. Gestire questi accessi in modo consapevole, anche tramite robots.txt, sta diventando una leva strategica per i siti aziendali.
Per i brand questo significa ripensare la propria presenza online in ottica più ampia: non solo SEO tradizionale, ma anche struttura tecnica, contenuti chiari, HTML accessibile, dati aggiornati e pagine in grado di essere interpretate correttamente dai crawler AI. È su questo terreno che si giocherà sempre di più la visibilità dei prossimi anni.