È da molti anni ormai che sentiamo parlare delle stampanti 3D e delle innumerevoli applicazioni pratiche che questa tecnologia permette. Una di queste è il bioprinting, che promette di essere la nuova frontiera della medicina del futuro.

 

Il bioprinting non è altro che la stampa tridimensionale di componenti biologiche, quindi tessuti, organi od ossa ricreati a partire da un campione di cellule viventi prelevato direttamente dal tessuto umano. In questo modo si previene il rischio di rigetto: ogni tessuto od organo verrebbe infatti creato ad personam, partendo dal patrimonio genetico esclusivo del ricevente ed escludendo così ogni fattore di incompatibilità.

 

Al momento però il bioprinting hanno due limiti, che gli scienziati stanno cercando di superare. Il primo è la vascolarizzazione: è infatti noto che, senza capillari che portino sostanze nutrienti ed eliminino scorie, qualsiasi tessuto è destinato a morire. Il secondo è la dimensione del materiale stampato: per ora si arriva al massimo a stampare un tessuto di 20 micron, ma un alveolo, ad esempio, ha uno spessore molto inferiore.

 

Nonostante gli ostacoli che ogni nuova tecnologia porta con sé, gli addetti ai lavori sono molto ottimisti, e stimano che nel giro di uno o due decenni vi saranno le condizioni per ricostruire un organo complesso, come il cuore o il fegato. E così il bioprinting rappresenta una sfida che siamo destinati ad affrontare e superare.

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